Ecosistemi dell’abbandono

di Marco Lucchesi

Per chi frequenta le Alpi Apuane questa località è riconoscibilissima: Foce di Mosceta, a 1100 metri s.l.m.,nei cui pressi è stato edificato uno dei più noti e “storici” rifugi CAI della catena montuosa. E’ riconoscibilissima nella seconda foto scattata tre giorni fa, forse un po’ meno nella prima, se non per la “marginetta” cha caratterizza questo passaggio da secoli.

La prima foto è stata fatta risalire all’immediato dopoguerra, 1947, e ci da’ lo spunto per trattare, purtroppo in poche righe, un argomento cruciale nell’Italia di oggi: quello dei “paesaggi“, o come ho scritto nel titolo, degli “ecosistemi dell’abbandono“, ovvero degli ambienti che, modificati dall’uomo per le sue attività, sono stati lasciati a sé stessi per l’abbandono di esse e, spesso in seguito ad una serie di “rimaneggiamenti” parziali, sempre di stampo antropico, si sono sviluppati in qualcosa di completamente “diverso”.
Questo cambiamento, in atto sulle Apuane come su tutte le montagne e le aree extra urbane italiane, è un fenomeno ecologico e culturale nello stesso tempo. Ovvero le successioni vegetazionali attualmente in evoluzione e le comunità animali che in esse si stanno assestando, ci mostrano come processi naturali nel loro sviluppo possano essere direttamente ed indirettamente promossi dalla nostra azione sul territorio, in tempi relativamente brevi.
Non sappiamo come era il paesaggio vegetazionale apuano in tempi preistorici o protostorici o anche più recentemente, ma paleontologi e bio storici nel corso delle loro ricerche, un’idea ce l’hanno data: sicuramente erano presenti, a quella quota, boschi di faggio, con abieti-faggete nelle valli più umide e calde, e così in tutto l’Appennino fino al limite della vegetazione arborea, intorno ai 1400-1600-1800 metri a seconda delle latitudini. In tali boschi vivevano grandi erbivori (cervi, caprioli, cinghiali) e grandi carnivori (lupi, orsi e linci) inseriti in comunità molto differenziate, ma certamente con densità estremamente basse. L’avvento, nel corso dei secoli e dei millenni, di un uomo, prima cacciatore e nomade, poi agricoltore e sedentario e infine allevatore transumante, ha sconvolto, più e più volte, l’ecologia di tali ambienti, piegandone funzioni e paesaggio ai propri usi e comportando variazioni nelle successioni ecologiche naturali, antropizzandole.

Facendo un grande balzo fino alla foce di Mosceta del dopoguerra, potremmo osservare un ambiente caratterizzato quasi unicamente da praterie secondarie, pascolate da migliaia di capi di pecore, capre e bovini, scarsi boschi di latifoglie nei fondo valle, utilizzati per legna da ardere e come materiali costruttivi. Nessuna specie di Mammiferi di grandi dimensioni, ma sporadici meso carnivori (volpi, tassi, mustelidi) predatori di lepri e piccoli roditori, passeriformi da aree aperte (zigoli, ortolani, culbianchi, codirossoni), pernici rosse e starne. Il cacciatore “sele controllore” di ungulati, meno di un secolo fa, non era neanche in vista…c’era invece un uomo povero, sofferente e desideroso di fuggire dal duro lavoro di quelle “terre alte”.


Questo fenomeno, culturale ma io direi soprattutto ecologico, si è verificato in massa proprio in quegli anni e non si è ancora esaurito. E siamo arrivati infine a tre giorni fa: un bosco di conifere (con specie alloctone, come il larice, e “native” ma di importazione, come l’abete bianco) è cresciuto rigoglioso dopo 40-50 anni dalla sua piantumazione. Il faggio, anche se non si vede nell’immagine, è tornato a spingersi sempre più in alto; di pecore ne sono rimaste una cinquantina, con una famiglia di pastori di “seconda generazione”. Il lupo è tornato da solo, si sa. Cervi, caprioli e cinghiali con il nostro aiuto hanno raggiunto densità elevate, insieme a personaggi che non ce l’avrebbero fatta da soli (i mufloni). Di pernici rosse se ne sente parlare, starne e ortolani sono scomparsi, culbianchi e codirossoni volicchiano, con poche coppie alle quote maggiori, dove neanche quella bestia del faggio riesce a stare…
…insomma, volenti o nolenti, siamo e siamo stati tra gli attori principali di questa evoluzione, che comunque possiamo definire naturale, in quanto noi uomini, siamo “dentro” la natura, anche se spesso ce lo scordiamo o ce lo vogliamo scordare. Smettiamo di pensare di essere affacciati ad un finestra dalla quale osserviamo fenomeni ecologici che non ci riguardano, solo così potremo comprendere noi stessi, le altre specie animali e un mondo in cui non siamo protagonisti, ma nemmeno comparse…
(Immagini da un post di Sebastiano Biagini)

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